"Massimo Scifoni e Victoria Dragone a pieno titolo si aggiungono ai cantori di Grado: dai versi di Biagio Marin ai dipinti di Antonio Coceani per giungere alle fotografie di Nicolò Gaddi e Ulderica Da Pozzo o alle inquietanti incisioni di Giuseppe Zigaina. Poesie e fotografie si completano tra loro in un gioco degli opposti che si conciliano, la laguna è infatti «intermezzo tra acqua e terra», territorio di confine tra mare e lido uniti « in abbraccio/ d'amore/ nel dolce mormorio della risacca». Quella di Grado diventa protagonista dell'unione di poesia e grafica in questo ultimo libro a due mani di Massimo Scifoni e Victoria Dragone, che segue Alberi edito, sempre da Campanotto, nel 2007. Come gli alberi uniscono il suolo al cielo, così la laguna concilia aria e luce con la terra e il mare, divenendo metafora della ben collaudata contrapposizione armoniosa del testo poetico e dell'immagine corrispondente: dilatati e aprichi paesaggi lagunari, nasse, corde, barche, paranze, vascelli fantasma, erbe e canne agitate dal vento, bricole, voli altissimi di gabbiani. I due volumi sono complementari; la poesia di Victoria Dragone evoca stati d'animo che le incisioni di Massimo Scifoni rappresentano, cimentandosi nella resa delle trasparenze del cielo, del moto perpetuo delle acque nel mutare continuo della luce. La sapienza incisoria di Massimo Scifoni evoca la laguna in nitide visioni dal taglio orizzontale in cui una impercettibile linea dell'orizzonte congiunge in immense profondità di campo la superficie mobile dell'acqua con la mutevolezza del cielo. Talora l'orizzonte «tagliato da una collana/ di reti pronte a pescare» assume un andamento spezzato in cui l'abilità di Scifoni evidenzia il gioco delle trasparenze e dei chiaroscuri, mentre Victoria Dragone definisce le reti ballerine che danzano «incantate dalle carezze del vento». Entrambi gli artisti esprimono un senso di libertà simboleggiato dal volo dei gabbiani che si perdono «sulla cupola del cielo» e dal protendersi delle prue verso l'orizzonte lontano. A volte l'incisione di Scifoni sembra influenzata dalla ricerca tutta orientale di una semplificazione zen della natura, in cui l'artista riduce il richiamo figurativo all'astrazione, come si evidenza anche nella sua contemporanea produzione artistica ceramica e grafica. Dai ciuffi sfrangiati e oscillanti nel vento, eleganti nella loro grazia giapponese, si passa a steli ridotti a graffi filiformi, che evidenziano l'infinita profondità del mare e del cielo. Come la poesia di Victoria Dragone canta le emozioni nascoste di uomini e • donne solitari, così anche nelle incisioni di Massimo Scifoni, che dagli anni Sessanta rappresenta incantato la laguna e i suoi paesaggi, non c'è traccia di figura umana. Sono i simboli ad evocarla e la barca diventa emblema dell'uomo: ora «guscio intrappolato che dondola su e giù» in balia della marea, ora sbattuto dalle onde di burrasca. Talora anche le barche, ed è palese il confronto con l'umanità, si arenano sui bassi fondali della laguna: «sole con le perdute illusioni». Ma, se per le barche c'è la speranza della prossima marea, per l'essere umano diventa «il tacere fugace ala del tramonto, un'ombra senza ritorno». Spesso sono le reti delle bilance tese tra le rive dei canali, come i fragili ponti rappresentati nelle ceramiche raku di Scifoni, a evocare la presenza umana attraverso il mestiere della pesca, in paesaggi poco antropizzati. Laddove Scifoni si ispira alle nasse e alle reti il taglio dell'incisione diventa ardito e fotografico, inoltre, grazie alla lunga pratica del mestiere appresa nello studio di Gianfranco e Melisenda Malison, lavora sulla matrice in modo da rendere il baluginio infinito del cielo e le trasparenze delle reti, che rivelano e, nel contempo, velano la realtà. La rappresentazione della parte per il tutto è presente anche nelle barche, che, come le reti e le nasse, si limitano ad evocare la figura dell'uomo. Le prue e le corde degli ormeggi, si riflettono «come sottili radici conficcate nello specchio ammaliante delle acque» degli approdi, appena aggrinzite dallo sciabordio. Immagine che bene si accoppia con la poesia che evoca «l'anelito della partenza» e il desiderio dello stare. In questi vascelli fantasmi della poesia, dal sartiame e dalle prue erte contro l'infinito, sono «ancora ormeggiate la speranza, il desiderio e lo slancio di andare». Nelle incisioni di Scifoni i viluppi arrotondati di corde, evocano i «dimenticati legami» umani e affettivi di Victoria, consunti dal tempo, eppure ancora minacciosi se evocano le spire dei serpenti. Le funi degli ormeggi, protagonisti dell'immagine che lascia solo intravvedere la barca e l'approdo, simboleggiano labili legami di una libertà negata, che sarà resa possibile solo da una tempesta che strappi il vascello «dall'inganno/ e lo lanci nella burrasca». Sono corde «sfilacciate...in disordine, rassegnate senza speranza di fermare, trattenere o salvare. Attorcigliate attorno agli ultimi ricordi/ slegate dai vincoli passati/ formano un nido in cui covare nuovi sogni per buttarli ancora una volta nel mare». Le bricole che si riflettono sui canali sono instabili puntelli «che a vicenda si affidano»: tutta la maestria dell'incisore si rivela nelle trasparenze rese dall'acquaforte, che si contrappongono alla organicità sfatta del legno consunto, resa dal gioco della puntasecca. Le reti «fitte ragnatele di tessuti» rendono visibili i grovigli dell'animo umano. Sono rese da Scifoni con un segno morbido, che compare anche nella rappresentazione delle nasse, in cui i volumi essenziali si discostano dal linguaggio figurativo per avvicinarsi all'astrazione dei volumi «come una fisarmonica nel canto della luce/ delle nuvole, del cielo». Altre volte le nasse sviluppano nelle acque i loro volumi come «imbuti trasparenti» che filtrano il vento e le acque, immagini metafisiche della vita che raccoglie i profondi misteri dell'esistenza. Altre volte, messe ad asciugare sui pali, evocano guerrieri medioevali o trampolieri. Grafica e poesia si corrispondono reciprocamente. La poesia della Dragone canta i bagliori sullo specchio lucente della laguna in una silente contemplazione mentre «la pace rosata del tramonto scende sulla laguna come grazia universale». La poesia di Victoria e le immagini di Massimo rendono il silenzio misterioso e meditativo della laguna, che media tra il rimbombo delle onde tempestose e il rumoroso mondo della terraferma. Il silenzio evoca la solitudine dei vasti paesaggi tra canne palustri e acque, dove la luce diffonde migliaia di «riflessi di te stesso». Il silenzio è rotto solo dal «fruscio del vento tra le canne...tocco di violino» e dai gridi solitari dei gabbiani, che evocano per un attimo la pienezza e la gioia della vita. Sia nelle incisioni che nella poesia predomina invece una rassegnata solitudine e malinconia: le reti sono «ragnatele dell'inganno / i ricordi intrappolati sono da tempo già scappati», mentre alle barche affondate nella sabbia «le onde sussurrano la cantilena d'addio che l'accompagna nell'universale sonno»."

 

Gabriella Bucco - introduzione "La Poesia della Laguna" - 2013