"Quarantuno liriche di Victoria Dragone ispirate alle pitture e alle sculture di Giorgio Celiberti. Una corrispondenza di sentimenti e di emozioni piuttosto rara, il tentativo riuscito di dare unità di lettura all'espressione artistica saldando l'appunto critico-descrittivo con la reinvenzione immaginosa o immaginifica, così da tradurre - o più esattamente dilatare - l'arcano e sfuggente incantamento dell'opera visiva in opera letteraria.

Quale suggestivo esempio di reinterpretazione creativa le poesie, preziose come cammei, confermano il potente affiato dell'espressione figurativa capace di proporre la "trasformazione dell'esistente", di portare nella storia esistenziale di chi guarda venti fasciosi di sogno, di sollecitare quell'irrazionale espansivo di cui ha scritto il critico e storico dell'arte André Chastel. Sogni capaci di scuoterci, di suscitare stimolazioni fantastiche, di ampliare la nostra visione del reale, di condurci su un piano di liberazione, di proiettare il nostro animo nell'Aperto - per dirla con Rilke - potenziando e arricchendo, attraverso la costruzione di forme tratte sia dal mondo naturale sia dall'invenzione autonoma e soggettiva, la nostra possibilità di percezione spirituale.

Già nella prima composizione, Il ritratto, si dispiegano come in un arazzo dell'anima le radici pittoriche del maestro udinese, prendono vita alcuni nodi portanti della sua feconda vena immaginativa: "Le mani farfalle tese / nel gesto d'afferrare / il pensiero / per dargli forma e destino / incidere in volo l'istante / nei cuori sfiorati / da storie umane / fermare l'essere in fuga / nella quiete / d'uno scordato nido".

Sono le farfalle quali epifanie dei temi della vita, dell'amore, della libertà. Sono i "cuori in forma di fiori", cuori congiunti "sui rossastri muri / dei ricordi" o su pareti nero-carbone, in contrappunto a violenti cromatismi, all'"inchiostro del profondo mare", a "rossi bagliori della terra", all'"azzurro intenso del respiro creatore / sconfinato / come l'immensità del cielo"; o a colori lievi e ariosi, a onde "rosa di corallo", a respiri di "aurora incipriata", brulicanti di grafie indistinte, a "enigmatici segnali / avvolgenti compatte fiamme", carpiti con affascinata urgenza, con irruente tensione, dalla cronaca quotidiana divenuta "spettacolo" ricalcato dai muri urbani: tele intrise di mistero "del sapere e non sapere", cose viste al di fuori - come attraverso una stanza buia - in concentrate compenetrazioni, percezioni di una realtà sempre più interiorizzata di cui vengono estratte le nervature, le linee di forza, assàrnblate in ritmi di sempre maggiore astrazione.

In un'altra leggera suite la "farfalla Icaro / le ali travagliate di rosso / aperte / trasparente crocifisso" dice la drammatica tensione dell'umanità di "andar oltre", di raggiungere un agognato eppur irraggiungibile Sublime a costo del sacrificio estremo. Ad essa si contrappone il puro "respiro dei due cuori / fiamme bianca e rossa / due frecce tese" a puntare "l'alfabeto del mondo". È l'innocenza della gioventù, capace di guardare il reale con lo stupore incantato dell'alba. L' Età dell'innocenza è, appunto, il titolo d'una breve "sonatata" di Victoria.

I fossili di farfalle e di uccelli leggendari eleganti come fregi di porcellane persiane, librati su cieli oltremarini, ridotti a forme geologiche, a resti di una catastrofe cosmica avvenuta nelle coscienze, i luminosi fiori mineralizzati, sfiorati da luce immobile e irreale, d'una castità distillata, calchi di un lontano, terso, paradiso perduto, diventano nei versi di Victoria "anime sbiadite / insabbiate dalla memoria del tempo / stormi cancellati / di un passeggero volo" o, anche, "impronte d'amore / sulla cripta del tempo / sospese sugli abissi / senza memorie".

In Viaggio nell'Ade Victoria Dragone allude ai dipinti del Ciclo di Terezin, che segnò una svolta nella produzione di Celiberti. Il forte impatto emotivo provocato nel 1965 dalla visita al lager nazista dove morirono migliaia di bambini ebrei e la lettura di un piccolo libro di loro poesie sostanziarono la sua opera di profondi contenuti morali.

"Cieli dissolti / da infernali incendi / bruciata la speranza / di nuovi germogli / morsi dalla dannata danza / dalla feroce fiamma / svanita la vita, le oasi, la storia / arsi lamenti / schiacciati pianti...".

E, ancora: "La morte ha il volto / melmoso / di terra saziata / d'un incessante pianto / di bambini farfalle / in via crucis / vive candele accese / lungo il cammino / d'un mondo negato / senza difese...".

La visita al carcere tremendo fu dunque momento drammatico e risolutivo. "Imbattendomi in quei muri coperti da scritte semicancellate e da elenchi di nomi - racconta l'artista - di fronte a quei cuori rossi e bianchi, a quelle farfalle, gialle disegnate da piccole mani, ho cominciato a vedere tutta la mia pittura per segni e testimonianze, come qualcosa che meritava di essere riferito perché già aveva operato una fatica per vivere e per sopravvivere".

La tramatura informale accesa e balenante, nell'urto con il luogo di turpitudini e di morte, si ispessì in viluppi cupi e sanguinanti. Terezin, narrata con figuralità scorciata, singhiozzante, frammentaria, divenne una delle tante immagini del male ovunque si annidi e chiunque colpisca. Il recupero dei disegni e degli spezzoni di pensieri tracciati dalle piccole vittime sulle pareti della prigione consentì al pittore di proiettare nel tempo l'universalità del dolore in essi contenuto. Attraverso frammenti di storie personali veniva tracciata, con profonda pietà, la storia della violenza nel mondo. E il gesto si faceva confessione, o rivelazione, di un patrimonio di suggestioni e di echi devastati. Ma anche simbolo di fragrante innocenza e di apertura alla speranza.

Il campo di concentramento, insomma, quale porta d'ingresso agli Inferi, luogo d'incontro con le ombre che si affollano intorno all'erraboOo Ulisse disceso agli inferi per interrogare il passato, per aprire spiragli sulle incertezze del futuro o forse, soltanto, per ritrovare se stesso. L'artista rendeva eloquenti di contemplazione pietrosa e incantata materiali e residui figurali ricondotti a favolosa sintesi.

Un magico filo d'Arianna collega l'esperienza di Terezin alla creatività successiva, popolata di tele magmaticamente turbinose, passate attraverso l'informale di un Burri, di un Tapies, di un Fautrier, e ridefinite con respiro umanistico. L'appunto, l'annotazione rapida, la stenografia di stati d'animo, si trasformano in una sorta di incisivo scavo psicanalitico, aprono squarci su aneliti, su slanci di purezza violata.

In sintonia con l'immagine pittorica la poesia di Dragone reinterpreta, attraverso il fascino della parola allusiva, il dolore e la "speranza di cancellare distanze", le lacerazioni dell'anima, i "pesanti passi della solitudine", gli "ancestrali voli / liberi dalle prigionie / mentali", gli "angosciosi richiami / di ricordi feriti / da lunghi oblii", i grovigli interiori, insomma, che albergano nell'animo di ognuno.

Il Muro di città segreta "imbrunita pietra / velata di rosa / storia scavata / nelle orbite senza pupille / del tempo / lapide o pietra angolare / del mistero" richiama i Muri e i Pavimenti di Celiberti. In essi il maestro comprime l'energia dentro monocromi raffinati e intensi crepitanti di bugnati, di punte acuminate, di tacche e maculazioni intrise di giallo di Napoli, di frammenti conglomerati alla maniera dell'opus incertum, dell'opus reticolatum, dell'opus latericium usati nell'edilizia romana. Le composizioni danno forma al colloquio con i resti lapidei dei sepolcreti, con le tombe e i lacerti micenei, etruschi, bizantini, con i ruderi informi disseminati nella campagna laziale, con gli emblemi longobardi, con le mura di Cividale e di Venzone. Il graffito su un marmo, una striscia di mosaico, un coccio, gli sgorbi su pareti diroccate, le loro impensabili stratificazioni, le immagini rilevate, sono impronte del viaggio interminabile dell'umanità con la sua gioia, le sue pene e, soprattutto, l'ansia di lasciare orma di sé. Dopo il tempo dell'orrore e dell'angoscia il tempo del silenzio accecante depositato in anfratti, incavi, screpolature, l'"elegia tramutata / in immortale inno / di memorie".

In stretta simbiosi con l'attività pittorica, un ruolo rilevante nell'opera complessiva di Celiberti occupa infatti la scultura, animata da un incresparsi tormentato e prezioso delle superfici, velata da una patina arcaica e leggendaria. Dalle concrezioni organiche divenute reperto mineralizzato ai "Frammenti di pietra", tutto un bestiario fantastico emerso da aure remote come estratte da un'arca di Noè favolosa, affiorano dai recessi della coscienza, determinano un infittirsi d'interferenze nei percorsi dell'immaginazione.

L'archeologia come "antica presenza superstite". Si caricano di risonanze arcane l'ampio respiro dei Cavalli e cavalieri pietrosi drammaticamente impennati; i Basso-rilievi incisi di enigmatici geroglifici come pietre tombali di civiltà scomparse; i Conglomerati vegetali in materie plastiche e bronzo che mimano ingorghi di radici e alberi monumentali. E poi i Gatti simili a idoli egizi, i Gufi e le Civette, gli Arieti sacrali, le Capre “omeriche” disegnate sui fondi scuri delle ceramiche con ritmi di pittura vasco lare o corpose come amuleti.

“Il gufo con l’occhio / d’argento / nell’ipnotico sguar do / trattiene la luce / riflessa dal giorno”: nei versi di ‘ Victoria si materializza il bronzetto che nello studio di Celiberti, simile a un affascinante set cinematografico, p oscilla sul trespolo.

I segni mutili, le manciate casuali di lettere dell’alfa beto, le criptografie scolpite e incise su stele, lapidi, lastre metalliche, totem, obelischi, in un viaggio antico e nuovo, sono echi della visita al Cimitero ebraico di Praga, altra tappa fondamentale nell’itinerario spirituale dell’artista. Diventano nei versi della poetessa “reti sospese / di armonie successive / su filo teso di vento / ’ velario della notte / ricami di colori / issati su tranelli di p pizzo”. Grondano “vermiglie passioni / condivisi amori”, tracciano “frontiere del mistero”, innalzano un “immor a , tale inno di memorie”.

La memoria dell’artista, sembra voler dire Victoria Dragone con Celiberti, è la salvezza dal nulla, dalla notte dello sconforto. Essa trae dai giorni della catastrofe e delle rovine, dal fango dell’indistinto, la radice spezzata della Parola e la fa lampeggiare per folgoranti illuminazioni."

 

Licio Damiani - introduzione "Memorie" - 2008