"Sulle ampie scale che aprivano sotto i piedi cascate di radiazioni luminose ho incontrato il maestro. Diritto, con la mano appoggiata alla balaustra come su uno scettro, con il nimbo di luce dei capelli bianchi, ha alzato lo sguardo e il cubo di vetro e di cemento si è acceso invaso da due raggi azzurri che rispecchiavano il cielo". L'icastico ritratto di Giorgio Celiberti è delineato plasticamente da Victoria Dragone nell'haiku sulla sua esposizione ambientata alcuni anni fa negli ampi spazi di cristallo, acciaio, cemento del complesso dell'Hypo Group, progettato a Tavagnkco dall'archistar statunitense Thom Mayne. Il testo è contenuto nel volume L'anima del dipinto 2, nel quale Victoria Dragone raccoglie letture di mostre d'arte e di artisti messe in scena in ambientazioni "reali", inserendo in esse ritratti dei personaggi trattati, lampi di vite personali, note paesaggistiche, situazioni emotive. Il volume sviluppa così una sorta di viaggio autobiografico ricco di fascino e di spirituali soprese. L'arte non viene sottoposta soltanto ad analisi storico-critiche, ma dilata esperienze esistenziali, dà in un certo senso "profumo" ai giorni gioiosi e anche tristi della quotidianità. Intrecciata al vissuto compone affascinanti avventure dell'anima. Le colloca - a volte con ellittiche accentuazioni poetiche - fra i nostri sogni, fra i nostri miti. Gli acuti profili di Victoria Dragone riguardano una trentina fra pittori, scultori, fotografi noti e meno noti. L'itinerario onirico nel tempo, il riaffiorare nel presente di arcaiche memorie epiche e misteriose, gli incantesimi di forme rituali contenuti nelle strutture totemiche in pietra e in cemento di Bemarda Visentini, impreziosite con colori di pigmenti naturali, si inseriscono nel giardino dell'artista a Tricesimo, fra strade collinari bordate di cespugli di rose selvatiche, gelsomini, glicini, oleandri, "vecchi castagni come imponenti cattedrali vegetali", radure di ortensie bianche rosa e blu, pruni, meli, alberi di fichi, filari di viti, e le forme monolitiche si confondono con le colonne poste all'entrata dell'abitazione "che da lontano sembrano blocchi di granito, pesanti e immutabili", dove, "nimbata dai raggi del sole, che fanno più luminoso il sorriso di accoglienza", la proprietaria riceve la visitatrice. Scrivendo di un'antologica di Giuseppe Zigaina a Villa Manin, l'autrice, prima di parlare delle opere, esorta a "osservare le ferite della propria anima per comprendere l'intrico tra i simboli della vita e della morte". Per cui "l'indistruttibile metamorfosi della materia" provocata dalle traversie "conquista poi la forza di ogni atomo di vigore ritrovato". Il discorso sulla pittura diventa una riflessione sull'uomo proiettato nel gran teatro di una storia individuale e cosmica. E i fulmini temporaleschi che sconvolgono le composizioni affermano la "perennità della vita". Di Darmo Brusini, il pittore e scultore ormai ultracentenario, ultimo superstite tra i personaggi storici che hanno fatto grande l'arte del Novecento in Friuli, l'autrice coglie negli Autoritratti gli "sguardi intriganti, pungenti e acuti", fieri di aver lanciato "un'indelebile provocazione", nei Paesaggi gusta la gioia di "scoprire la bellezza di uno scorcio di strada o dell'architettura di una chiesa, di sognare una città ideale". Mentre Rosanna Lodolo Gasparini, nelle sculture e anche nei quadri a olio e negli acquerelli che raccontano "la vellutata bellezza" delle rose, la "morbida voluttuosità" delle peonie, la "ricca fluorescenza dei crisantemi e delle ortensie", rappresenta un modello nel modo di affrontare il nostro percorso esistenziale, "dando il meglio di ciò che abbiamo dentro di noi". Entrando nella chiesa sconsacrata di Santa Maria dei Battuti di Cividale, in cui Isabella Deganis tenne nel gennaio-febbraio 2010 la sua ultima personale prima dell'immatura scomparsa, Victoria Dragone sottolinea come la pittura di Isabella possieda la capacità di raccogliere il "momento silente nel quale le essenze del compiuto si decantano fino a trovarsi al confine col mistero". Per decifrare l'incantesmo, per "lasciarsi rapire dalla parola sussurrata dei quadri", il visitatore deve chiudersi in una pausa di "profondo raccoglimento, secondato da accordi melodici persi in briose nostalgie o in revene di ricordi". Saturnino Buttò è il provocatorio pittore di Bibione che stravolge e deturpa fastosamente, in immagini incandescenti, le epifanie del sacro, deflagrando con istrionici accenti la purezza preraffaellita dell'anima femminile in esasperazioni sacrileghe ispiratrici di "sensuale mistero", per "esorcizzare la sofferenza, esacerbando l'amore". Il mondo fantastico di Gianni Borta si amalgama con titanica vitalità "al sangue del suo corpo e alla fantasia della sua anima", come assaporando in una tazza di alabastro l'elisir dei colori "che sanno d'immortalità". Interni di camere e di cucine, paesaggi, nature morte, ritratti di Matteo Massagrande restituiscono il passato, regalano "emozioni seppellite tra i più remoti ricordi ai quali forse esitiamo a ricorrere per difenderci dai rimpianti, dalla riflessione sul passare del tempo, della vita". Infine, mentre Victoria sta meditando a palazzo Frangipane di Tarcento sulla "drammatica scenografia dell'afflizione" femminile allestita da Simona Fedele, le appare l'autrice della mostra, con la sua "esplosione di energia non trattenuta da nessuna convenienza", con un entusiasmo "sincero e contagioso, una naturalezza di modi, gesti parole. "Mi sono chiesta - scrive - come un essere così solare, aperto, estroverso, forte, potesse creare un'opera attorno a un prototipo di donna così fragile, vulnerabile, segnata profondamente da un cupo peso del quale non riusciva a liberarsi". E si dà la risposta: paradossi dell'arte, antitesi fra il creatore e il creato."

 

Licio Damiani - recensione "L'Anima del dipinto 2" - "La Panarie", rivista trimestrale friulana di cultura, marzo 2012