"Victoria Dragone: la chiusura del cerchio tra Romania e Italia


[...] Il nostro incontro non è avvenuto per caso: è proprio per questo convegno che ho chiesto di poter incontrare Victoria Dragone. E lei è stata da subito squisita: “Vieni a casa mia, quando vuoi”. E così mi ha aperto le porte del suo mondo. Perché, quando l'ho incontrata, ho sentito da subito un legame molto forte con lei, una complicità immediata che può nascere solo tra anime affini. Per questo mi permetto di parlarvi della “mia” Victoria, cioè di quel ritratto che mi sono fatta di lei nella mente e nel cuore.[...]

Bene. in Victoria Dragone vedo proprio questo ruolo di “operatrice dalla cultura", non della politica, semmai dell'estetica. Vedo il suo ruolo dl ponte fra culture nazionali diverse, la sua propensione europeista, se non universale, della circolazione dell'arte. [...] è parziale conoscerla solo attraverso i suoi lavori, i quali dicono molto di lei, delle sue emozioni, delle sue esperienze, ma allo stesso tempo possono creare l'illusione che la scrittrice sia distaccata dalla donna. Non è assolutamente cosi: il connubio fra estrema intelligenza, fascino, empatia ed immensa grazia rendono la Dragone un simbolo, la speranza di come la raffinatezza e la cultura possano trovare collocazione anche in una società frammentata e problematica come quella odierna.[...]

Victoria non sceglie mai a caso un quadro, una scultura, un'icona o una fotografia: cerca l'anima del creatore. Questo la rende veicolo di conoscenza degli artisti e per gli artisti.

Ma ritorniamo al mio dialogo con la Dragone.[...]

Una cosa ho saputo fin dal principio, probabilmente perché ha voluto lei che lo sapessi bene: perché dalla Romania in ltalia? Per chiudere il cerchio, iniziato dal nonno, emigrato dall'Italia alla Romania. La Romania viene quasi tratteggiata come una parentesi dalla Dragone, ma è sempre presente negli atteggiamenti, nel sistema di pensieri e di valori.[...]

Vorrei chiedere di più a Victoria, ma poi è lei che mi pone ancora delle domande “Sei felice? Dimmi di te”. Un interesse genuino, che rientra nella sua filosofia quotidiana: “osservare il granello di divinità in ognuno di noi e coltivarlo”. Questa frase delicata ed allo stesso tempo molto forte sottolinea la riservatezza, la sottile psicologia, la capacità di comprendere l'interlocutore attraverso scambi di sguardi profondi. Chiedere all’altro significa attribuirgli un valore, riconoscerlo interessante, unico, comprendere che ogni confronto porta dei benefici a tutti. E conversando così, conosco Victoria Dragone.

Mi spiega il percorso che l'ha condotta alla pubblicazione dei suoi scritti: il primo, Da un filo, è del 2003. Scrive Maria Bianca Patrizi nell'introduzione: “Victoria cerca le parole per nominare il suo mondo e qualcuno in quel mondo si riconosce, finalmente libero dal senso del precario che lo opprime. E ritrova un territorio dell’anima dove non manca l'aria né lo spazio e i confini sono incerti, sospesi tra ieri e oggi"? E la Dragone sa di colpire

nel segno, di legare il lettore a sé con questa incredibile capacità di rispecchiare dubbi e attese dell’essere umano.[...]

Il secondo, Connessioni, appare come un naturale proseguimento del primo. La ricerca e la scelta delle parole, il tentativo ben riuscito di creare immagini emozionali stanno emergendo. Non più versi, ma racconti bervì, “sottratti alla banalità mediante la capacità di usare le esitazioni e le torsioni del linguaggio per fare balenare uan luce e rivelare, che anche se pacificata, l'anima di ognuno è sempre stata un campo di battaglia, per ricordarti che la serenità e la sicurezza della maturità poggiano sempre sulla consapevolezza di una nostra riconosciuta e non rinnegata misteriosa fragilità”. I suoi racconti sembrano nascere da una necessità interiore di esprimersi, da un'irrefrenabile impulso a comunicare sensazioni, emozioni. esperienze che riaffiorano attraverso la scrittura. Questi scritti sono perlopiù degli abbozzi che permettono alle scintille del ricordo di scoccare e fanno riflettere, fanno emozionare. C'è una comunanza che lega l'animo del lettore a questi racconti, una condivisione di percezioni e frasi sottaciute, la coscienza della debolezza indifesa degli individui.[...]

Una sorta di pietas fluisce dalle memorie, dalle dissonanze, dai rapporti con le persone di tutta una vita. In questi momenti, appare la donna: tanto riservata e forte nella realtà, quanto fragile e passionale nei versi. Perché Victoria Dragone, come tutti gli artisti, crede nella sincerità dell'arte. Diverso è il ruolo nella società, nelle relazioni con gli altri. In questo distinguo ritrovo una componente peculiare del modo di vita dell'Europa dell’Est: estrema cortesia, estremo riserbo. Ma poi, allo specchio ci si toglie la maschera: questa fase è dunque una catarsi, in cui fuoriescono non solo i timori, ma anche le passioni. In Complicìtà ritornano i versi: si canta dell'amore, vissuto appunto a momenti come una musica, a momenti come un silenzio. […] Poi si scopre che il racconto di questo sentimento, la sua maturazione, poi il cambiamento, la lenta dissolvenza, non è soltanto una musica, ma l'unione di tutti sensi.[...]

E ancora, ritorna legato al sentimento e all’emozione, la presenza forte della natura. La sua, lo ricordo ancora una volta, è una prosa corta, per questo molto immediata, dove ritroviamo le piccole cose di ogni giorno: la nebbia, la pioggia, lo stagno, il profumo.

Nella prefazione di Intrecci, la scrittrice romana Menichini Trinchieri sottolinea come nelle parole di Victoria vibrino “pensieri forti e intensi, con ansia di ‘resurrezione’ e desiderio di evadere da un mondo banale, per restituire all'uomo la sua legittima dignità”.

Come diceva Arturo Graf: “A compiacersi del semplice ci vuole un'anima grande”. E Victoria Dragone questa anima grande, immensa, ce l'ha.[...]

Già da quest'opera risulta visibile il connubio tra le arti visive: i racconti sono accompagnati da delicate illustrazioni di Patriarca e tale sposalizio agisce sulle fibre più profonde dell'essere. L’accoppiata vincente si sviluppa nei lavori della Dragone anche attraverso la saggistica, dove la scrittrice commenta opere e crea profili di pittori e scultori in modo ironico, secondo l‘accezione antropologica del termine. Deve conoscere le persone, oltre alle opere e tutti i soggetti coinvolti in questo coro a più voci hanno un ideale artistico in comune: da una parte c'è la curiosità e l'emozione della Dragone verso le opere degli artisti, dall'altra c'è la trepidazione degli artisti a farsi interpretare e guardare dentro da Victoria. Da questo scambio reciproco è nato L’anima del dipinto, l'ultimo straordinario lavoro della scrittrice: trentatrè artisti vengono interpretati nella maniera più profonda che ci sia. Non tramite la prospettiva tecnica di un critico d'arte, ma attraverso una profonda osservazione umana, attraverso un'analisi esemplare del rapporto indissolubile tra opera e creatore. Scrive Enzo Santese nell'introduzione.- “Nell'analisi delle singole personalità, la scrittrice italo-romena ha rintracciato una o più linee portanti di ognuno dei partecipanti all'evento e lo ha sviscerato con l'occhio analitico che mantiene intatto in sé il gusto della poesia”. E come rintracciare questi tratti peculiari? Parlando un linguaggio comune, quello della creatività esibita e condivisa: nella pittura, come nella scultura, come nella fotografia, come nella scrittura e cosi via.[...]

Quando ho chiesto a Victoria quale fosse il collante fra le arti e quindi cosa fosse per lei il linguaggio, mi ha risposto: “È l'abito del pensiero e come un abito deve essere curato in maniera adeguata”. Quindi diversi linguaggi comunicano attraverso Victoria Dragone: la pittura di Celiberti, quella di Donizetti o di Buttò, la scultura del Caneva, la fotografia della Pinosanu, la poesia di Livio Rieppi. Per giustizia dovrei nominarli tutti, ma preferisco lasciare la libertà ad ognuno di scoprire Victoria Dragone e la sua cerchia di amici artisti. Vorrei che questo piccolo contributo riuscisse a veicolare questo concetto: la cultura qui in Friuli, in generale, non è sopita. C'è parecchio fermento, dovuto in parte pure alla posizione privilegiata della regione, porta verso l'Europa Centrale e dell'Est. Lo riconosce Victoria: “Questa è una terra bellissima...Est e Ovest qui si fondono: gli stranieri guardano all'arte italiana con ammirazione ed in questa terra, riescono ad essere integrati e allo stesso tempo a mantenere l'impronta d'origine.”

Il problema è creare dei momenti di condivisione di queste culture artistiche, quindi organizzare eventi che diano loro il giusto risalto e promuovere. Molto probabilmente, se ringraziate Victoria Dragone per l'enorme contributo minimizzerà con un sorriso dolcissimo e volgerà lo sguardo, con eleganza. Quello sguardo è legato al futuro: la strada è stata aperta, ora bisogna rimboccarsi le maniche."

 

Desirée Pangerc - "Victoria Dragone: la chiusura del cerchio tra Romania e Italia" - atti del convegno di studi "Arte, tradizioni e costumi nella cultura femminile di Trieste con riferimenti allargati a quelle europee ed extra europee" - Heliopolis - 9 novembre 2006