"Scrive Rainer Maria Rilke ne I quaderni di Malte Laurids Brigge: "I versi non sono (come tutti ritengono) sentimenti. Di questi, si giunge rapidi a un precoce possesso. I versi, sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver prima veduto molte città, molti uomini, molte cose. Occorre conoscere a fondo gli animali; sentire il volo degli uccelli; sapere i gesti dei piccoli fiori, quando si schiudono all'alba. Occorre poter ripensare a sentieri dispersi in contrade sconosciute; a incontri inattesi; a partenze a lungo presentite imminenti; a lontani tempi d'infanzia ravvolti tutt'ora nel mistero; al padre e alla madre, che eravamo costretti a ferire, quando ci porgevano una gioia incompresa da noi perché fatta per altri; /.../ a mattini sulla riva del mare; al mare; a tutti gli oceani; a notti di viaggio che scorrevano altissime via, volando sonore con tutte le stelle. E non basta. Occorre poter ricordare molte notti d'amore, sofferte e godute: e l'una dall'altra diversa; grida di partorienti; lievi e bianche puerpere che risarcivano in sonno la ferita /.../ E anche ricordare non basta. Occorre saper dimenticarli i ricordi quando siano numerosi; possedere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perché i ricordi, in sé non sono ancora poesia. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo, gesto; quando non hanno più nome più non si distinguono dall'essere nostro, solo allora può avvenire che in un attimo rarissimo di grazia dal loro folto prorompa e si levi la prima parola di un verso. Ma tutti i versi non nacquero così: Epperò versi sono."

Ecco. I versi non sono ricordi, non sono emozioni, non sono sentimenti. I versi sono esperienze e rivelano quella parte d'ombra in cui si scontrano incessantemente angoscia e desiderio. Nascono dalla consapevolezza della ferita. Dall'esigenza di nutrire l'immaginario con un dialogo interiore che diventa riflessione e confessione della propria sofferenza.

In Victoria, la presenza viva e costante del sentimento si fa nostalgia e si confonde nella voce inquieta della coscienza, alla ricerca continua e insistente del significato della sua intima vicenda.

È il destino vissuto al femminile con le luci e le ombre che ne tracciano il cammino, un itinerario dove non è andata perduta l'illusione e l'antica promessa di una possibile armonia. Unica fonte di equilibrio in un universo deconcentrato e frammentato da mille sollecitazioni... Victoria cerca le parole per nominare il suo mondo e qualcuno in quel mondo si riconosce, finalmente libro dal senso del precario che lo opprime. E ritrova un territorio dell'anima dove non manca l'aria né lo spazio e i confini sono incerti, sospesi tra ieri e oggi.

Contorni leggeri e a volte sfumati danno ai versi la caratteristica di annotazioni. Un ideale album di ricordi dove scorrono le immagini di stati psicologici plasmate con uno sguardo tenero, tenace ed attento.

Un pensiero rivolto allo scorrere del tempo. La necessità inalterata di placare il panico e il senso di smarrimento, dell'inutile, del dubbio. Affiora dolce e amara l'angoscia profonda di non appartenere."

 

Maria Bianca Patrizi - introduzione "Da Un Filo" - 2003