"Una raccolta di poesie o una bruciante confessione? Al principio di questo coinvolgente cammino introspettivo delicatamente Victoria ci prende per mano, ma subito ci accompagna con fermezza tra dolori cocenti: un percorso tortuoso, inizialmente oscurato dalla sofferenza, poi segnato dallo scorrere ineluttabile del tempo, infine illuminato dalla bellezza della natura e dal suo costante, rinnovamento. Una prospettiva di eterna continuità che, evidenziando l'alta identità umana della poetessa, volutamente demolisce l'infimo orizzonte di chi vive nella grettezza del proprio opaco e sterile narcisismo. I versi di Pasolini, scelti dall'autrice per introdurre la prima parte dei suoi componimenti, fanno affiorare violentemente alcuni momenti di profondo' smarrimento: ore che "pugnalano l'anima", in cui "il muto suono del dolore si perde \ nel profondo dove muore la parola". Ma Victoria guarda oltre questa "luna appannata", ammirando la grazia della giovinezza e l'intuito segreto di una bambina, chiaroscuri che rappresentano le contraddizioni del futuro. Strada facendo, i versi illuminano il cammino e ci permettono di "afferrare insieme \ l'eternità di un istante" e penetrare nel mondo emozionale della scrittrice: un universo segnato da ombre multiformi e repentine illuminazioni, dove reiteratamente fanno capolino i suoi sentimenti e la profondità del suo sentire. Un'esistenza vissuta con l'arditezza dello slancio poetico - compagno esigente e complicato - che ha permesso all'autrice di consumare il suo tempo nella pienezza, amplificando le sue percezioni, ascoltando il dolore come un'eco, vivendo senza sbavature e senza rimpianti, consapevole che solo quando il tempo riposa può "fare le fusa con le sue ore mortali". "Il bacio della notte" riscalda il ricordo di una relazione passionale, che ha consumato con le sue fiamme il passato, coprendo di cenere qualche lembo del presente. Chiudendo gli occhi, l'inganno civetta con la memoria permettendo agli amanti di ritrovarsi, ma il cuore batte sfalsato e non comprende l'amore: mistero o desiderio infranto? Anche il sogno diventa poesia quando Victoria allude a un'attesa feconda. L'arrivo delle rondini favorisce il distacco materiale dell'anima che, finalmente libera di volare sulle loro ali, si libra leggera. Il corpo, muto testimone dell'esperienza onirica, rimane imbarazzato nel suo peso d'argilla: un fardello gravoso, che nessuna primavera riesce a riplasmare. I garriti paiono segnali "di addio \ dal cielo alla terra", purtroppo la dipartita di qualsiasi essere vivente "sbriciola l'illusione della bellezza immortale". Post fitta resurgo. 76 Victoria non si smarrisce davanti al trapasso, che anzi diviene il pretesto per descrivere la bellezza della rinascita. Novella Araba fenice, la poetessa ci lascia la mano, ma soltanto perché vuole indicarci il volo dell'aquila."

 

Barbara Sturmar - postfazione "Corriamo Senza Tempo" - 2013