"I racconti di Victoria Dragone nascono da una volontà di dire irrefrenabile, come accade per l'istinto dell'acqua che, accumulata nelle viscere della terra, deve trovare necessariamente i percorsi che la fanno risalire in superficie e fluire in un interrotto raccontare.

La prima cosa che va riconosciuta nella sua scrittura è questa sua interiore necessità di esprimersi, di affidarsi e di affidare cose e persone, emozioni e riflessioni, alla parola. Una parola sostenuta da un'intima disponibilità non tanto a sviluppare un'ampia trama di vicende o di situazioni o di formazione di caratteri, ma pronta a far scoccare illuminazioni che assecondino lo scandaglio dell'intuizione, illuminazioni che, mettendo in atto repentini scarti, riescano a cogliere da angolazioni impreviste la debolezza indifesa, ma proprio per questo umanamente vera, dei soggetti messi a fuoco.

Può avvenire attraverso il lampo della memoria che, mentre sembra scorrere fluida su una superficie morbida e luminosa, accarezzando immagini preziose, comincia a incresparsi con un presentimento di inquietudine, di ambiguità, e, ad un tratto, scarta di lato e coglie il dettaglio, scopre il sentimento che identifica pianto e slancio vitale nella voce appena uscita dal nulla, nel grido stesso che apre la vita.

Oppure, mentre segue tra rimpianto e distacco la rievocazione di un episodio dell'infanzia, stringe in un folgorante nodo scorsoio, con l'aguzzo morso della realtà, l'illusione più fiduciosamente abbandonata, rivelando, dietro l'ingenuità più felice, la minaccia e l'acquisto di una consapevolezza amara della fatica di crescere. Così che, anche quando la bellezza appare come un'energia tesaurizzata nella stagione radiosa dell'estate e della giovinezza -come succede all'albero che accumula l'energia del sole per far fronte all'inverno- la forza che la conserva sta nel non dimenticare il percorso complesso e difficile che sta alle spalle, nel non passare sotto silenzio il graffio della precarietà che sempre la insidia, sempre minaccia un agguato.

Può accadere attraverso la dissonanza che si insinua dal profondo a incrinare la superficie apparentemente levigata del tempo e delle sensazioni, dei sentimenti e degli incontri, e, sforzando l'indifferenza apparente, muta in piombo quella che a prima vista si presentava come argentea leggerezza, e carica in un crescendo di inquieta tensione anche la luminosa notte d'estate fino a spezzarla in frantumi di angoscia, mentre il mistero insondabile invade ogni molecola della natura vivente. Così, ci si può sì abbandonare all'estasi panica delle sensazioni e delle emozioni, fondendosi con la pioggia spumeggiante, assorbendone la liquida forza e lasciandosene assorbire, ma alla fine si viene abbandonati "come due naufraghi sulla stessa riva di una natura indifferente" e desolata.

E naturalmente, nella stazione vuota e fredda, tra gli allucinati e rari viaggiatori difficoltosamente in viaggio per una destinazione ignota, anche il saluto dei bambini, anche l'augurio di buon viaggio, appena sussurrato, si incarna come la stigmate di una "ferita d'amore incancellabile".

La stigmate, la sottile traccia di fuoco di una ferita inevitabile e irrinunciabile è la stessa che, per una torsione non programmata e non artificiale, ma necessaria, entra nel fascio di luce della scrittura anche quando, con attrazione volitiva e sincera, l'autrice si dedica a indagare il mondo delle amate immagini dei suoi pittori o a ricreare con interiore adesione non semplicemente la figura di un personaggio, ma la tensione incandescente che brucia nella fiammata che si sprigiona dal corto circuito di due personalità.

Racconti, brevi, a volte brevissimi, sostenuti dalla capacità di muoversi con sicurezza lungo la linea di confine "in cui si scontrano incessantemente angoscia e desiderio", come ha ben intuito Bianca Patrizi nella sua introduzione alla raccolta di poesie della stessa autrice, intitolata Da un filo e apparsa presso lo stesso editore Campanotto nel 2003.

Racconti sottratti alla banalità mediante la capacità di usare le esitazioni e le torsioni del linguaggio per far balenare una luce e rivelare, che anche se pacificata, l'anima di ognuno è sempre stata un campo di battaglia, per ricordarci che la serenità e la sicurezza della maturità poggiano sempre sulla consapevolezza di una nostra riconosciuta e non rinnegata misteriosa fragilità.

Racconti in cui sotto la lieve tessitura dell'ironia, la pietas della scrittrice è intesa a sanare le ferite dell'ambiguo precario destino degli umani."

 

Lucio Tollis - Introduzione "Connessioni" - 2004